I contenuti dell'inconscio

L’inconscio

Possiamo considerare la personalità umana come formata da due elementi: primo, la coscienza e tutto ciò che le si riferisce; secondo, una rimanente “zona psichica” inconscia, i cui confini non sono chiaramente tracciati.
Della personalità cosciente si può dare una definizione, ma bisogna arrendersi di fronte all’impossibilità di definire quei fattori ignoti che formano la parte inconscia della personalità; non possiamo fare altro che osservare gli effetti di questi fattori.

Nell’esame della personalità possiamo quindi parlare di “insieme della personalità” che viene a rappresentare l’unione, il prodotto, dei due elementi, quello conscio e quello inconscio.
Abbiamo quindi a che fare con una psiche più completa di quella cosciente e le manifestazioni che ne discendono contengono sintesi che la coscienza non sarebbe stata in grado di produrre.

Noi crediamo, o meglio siamo per abitudine portati a credere che ogni avvenimento psichico sia un’espressione della libertà di pensiero o un’invenzione dell’uomo che l’ha creato. In realtà certe idee compaiono spontaneamente quasi dappertutto, esse non sono opera dell’individuo, egli le subisce, esse s’impongono alla sua coscienza.
Nella dicotomia conscio e inconscio si può pensare inoltre che l’uomo sia costituito da una realtà molto più complessa di quella che appare a prima vista, realtà che d’altra parte è anche in continua evoluzione.
L’autonomia dell’inconscio comincia là dove nascono le emozioni. Queste sono reazioni istintive, involontarie, che turbano con irruzioni elementari l’ordine razionale della Coscienza. Gli affetti non sono “fatti”, prodotti dalla volontà: semplicemente insorgono. Quanto più veemente è un affetto, tanto più si avvicina al patologico, ad una condizione cioè in cui l’Io cosciente è messo in disparte da contenuti autonomi e spesso fino a quel momento inconsci.
Noi chiamiamo l’inconscio “nulla”, esso è invece una “realtà in potenza”: Il pensiero che faremo, l’azione che compiremo, lo stesso destino di cui ci lamenteremo domani, sono già presenti inconsciamente oggi.
Dobbiamo perciò sempre tener conto dell’esistenza di elementi ancora ignorati. Potrebbe trattarsi di potenzialità che si svilupperanno in futuro e che affiorano con un’esplosione affettiva capace a volte di trasformare radicalmente una situazione. Comunque l’inconscio ha un volto bifronte: da un lato i suoi contenuti rimandano al passato ad un modo istintivo, preistorico e preconscio; dall’altro esso anticipa potenzialmente il futuro. Una conoscenza completa della struttura inconscia presente in ogni individuo fin dalla sua origine permetterebbe di preannunciarne ampiamente il destino.Tutto ciò che diviene si edifica infatti sulla base di ciò che era e di ciò che, consciamente o inconsciamente, ancora esiste come traccia mnestica. Ora, poiché nessuno, venendo al mondo, si presenta come un prodotto totalmente nuovo, ma rinnova sempre l’ultimo stadio di sviluppo precedentemente raggiunto, egli inconsciamente contiene come dato a priori l’intera struttura psichica che si è sviluppata a poco a poco, in un senso o nell’altro, nella schiera dei suoi antenati. Questo fatto conferisce all’inconscio il suo caratteristico aspetto “storico”, e in pari tempo è la conditio sine qua non della conformazione che assumerà l’avvenire.

Generalmente la coscienza pensa senza tenere in considerazione le precondizioni ancestrali; se noi pensiamo in termini di anni, l’inconscio pensa e vive in termini di millenni. Siamo sempre come bambini che dimenticano le cose del giorno prima. Viviamo sempre in un mondo miracolosamente nuovo in cui ci sentiamo sorprendentemente moderni. Un simile stato è un’inequivocabile testimonianza della giovinezza della coscienza umana, non ancora consapevole di ciò che l’ha preceduta…… Per la sua giovinezza e vulnerabilità, la nostra coscienza ha la tendenza, facilmente comprensibile, a tenere in scarsa considerazione l’inconscio: come un giovane che, se vuol intraprendere qualcosa in modo autonomo, non deve farsi troppo influenzare dalla maestà dei suoi genitori. La nostra coscienza si è sviluppata, storicamente e individualmente, dall’oscurità di una primordiale incoscienza. Processi e funzioni psichiche esistevano ben prima che vi fosse una coscienza dell’Io. L’aver pensieri” fu una realtà anteriore a quella in cui l’uomo poté dire: “Sono consapevole di pensare”.

Nel suo saggio Psicologia dell’inconscio Jung descrive il sogno di una sua paziente evidenziando le due modalità di interpretazione: egli sottolinea come solo col metodo sintetico sia possibile cogliere il significato rispetto al soggetto che sogna, liberandolo dalla realtà oggettiva esterna. Ciò rende possibile riconoscere i contenuti espressi nel sogno come parti del soggetto, per poterli successivamente integrare nel soggetto. Il sogno usa un linguaggio simbolico ricco di condensazioni, crea metafore per spiegare le quali occorrerebbero fiumi di parole. Il suo è un linguaggio analogico, la sintesi gli è affine, l’analisi stravolgerebbe la sua essenza.
Per questo Jung afferma che il sogno raffigura se stesso e ha una funzione compensatrice, perché sottolinea il lato opposto e inespresso della personalità al fine di conservare l’equilibrio. Tutti i processi inconsci, per Jung hanno una funzione compensatrice dei processi psichici coscienti, ovvero attuano un bilanciamento funzionale che può essere considerato come una autoregolazione dell’apparato psichico al fine di mantenere l’omeostasi.
L’attività della coscienza ha una sua direzione prevalente, ha necessità cioè di selezionare alcuni contenuti ed escluderne altri, ma questo relegare nell’inconscio contenuti non affini non li esclude completamente; infatti, pur essendo inconsci, questi contenuti fanno da contrappeso all’orientamento cosciente e un’eccessiva unilateralità provoca una forte tensione che porta i contenuti ad affiorare, ad esempio attraverso i sogni. In questo modo l’inconscio fornisce alla coscienza gli elementi necessari per raggiungere un adattamento.